martedì 11 novembre 2008

Randers

Fumare una sigaretta in Vestas é un’impresa eroica, e di affermazione personale allo stesso tempo.
Tanto per cominciare devi combattere il disagio che provoca chiedere in reception, o a qualsiasi altro collega dove si trovi un’area fumatori: tutti ti guardano prima un po’ incerti, quasi a farti intendere che non sanno neanche bene cos sia un’area fumatori, poi con aria di sufficienza ti dicono che “sicuramente hanno visto qualcuno fumare, ma non ricordano dove” (hai capito, non si limitano a dire non lo so, i simpaticoni) qualcuno si azzarda ad ipotizzare un qualche posto dalla parte opposta dell’edificio, insistendo che non é sicuro si tratti proprio di una cosa del genere…

Passato il primo quadro, deicidi che nonostante gli scoraggiamenti, hai voglia di farti questi 4 km, con il possibile rischio di dover uscire non solo dall’edificio, ma anche dal parcheggio e attraversare la strada con 5 gradi sotto zero per fare i tuoi sani 10 tiri di Marlboro Light.
A quel punto capisci che ti sei spinto troppo oltre, e ormai è una questione d’orgoglio: io e Szilvia ci avventuriamo con il nostro caffè in una mano, e la sigaretta nell’altra… - per inciso, il caffé é talmente cattivo che ti chiedi come mai tutti cel’abbiano a morte con le sigarette se poi ingurgitano quella sbobba tutto il giorno – passiamo attraverso un paio di lunghi corridoi, un paio di porte scorrevoli che puoi aprire solo con il badge, porte d’uscita rigorosamente chiuse e con i divieti.
Finalmente scorgiamo dalle vetrate un box con le pareti in plexiglass, e tre quattro persone chiuse dentro che fumano e chiacchierano sotto le sferzate potente di questo vento gelido; con la turbina sulle loro teste che lavora imperterrita e silenziosa… ha anche un che di inquietante oserei dire.
Cel’abbiamo fatta! Ci copriamo quanto piú possibile e ci sistemiamo sotto la turbina anche noi tutte fiere del nostro successo…! E dopo due sorsi di caffè-ciofeken lo gettiamo con aria snob nella pattumiera: ci teniamo alla salute noi!!

domenica 9 novembre 2008

Aeroporto di Copenhagen

Il mio primo approdo in un paese Scandinavo. In aereo sono completamente crollata, tanto che mentre uscivo dall’aeromobile non ero neanche in grado di salutare in inglese.

Fuori é grigio, l’aeroporto é affollato e silenzioso, illuminato con i faretti e delle calde luci gialle. Si respira un’ aria moderna, essenziale, diciamo stile Ikea, ma piú chic.
Mi piace, mi piace tutto questo.
Penso che in fin dei conti qualche tempo qui potrei passarcelo… e mentre faccio questa riflessione mi viene da sorridere pensando alle vicende della mia vita in questo ultimo periodo.
Ecco, forse farei meglio a non dirlo troppo ad alta voce.

Primo passo: sfamarsi. I prezzi sono tutti in Danish Korona, moneta di cui ignoro valore, aspetto e forma, ma dopo una breve analisi (considerato che mi sono alzata alle 4.45, e non ho ancora fatto colazione…) scopro che:
Un euro vale circa 7 dkk…
se cambi all’aeroporto ti caricano 30 dkk di commissione piú il 15% del valore che stai cambiando…un the, un cornetto e una bottiglietta d’acqua li pago l’equivalente di 8,75€; e qui non c’è mancanza di sonno o di zuccheri che tenga…!!

venerdì 18 aprile 2008

DIARIO LIBICO

Perché questa inquietudine, ancora, ancora, è lungo tempo che mi rileggo e ritrovo questo senso di vuoto. Se ripenso ad Allam, Abdulrahim, ma anche Kubilay, Naima, Ghzalla, Zahra e le sorelle… non lo so. E ancora alla costa pugliese che sembra un cielo al contrario visto dall’aereo, e a quella volta che sono atterrata a Punta Raisi e sembrava di finire direttamente in mare, qualcosa di indefinibile muove la mia anima… perché?
Un senso di vuoto: questa città non mi appartiene più, mi isolo dalle feste, dalle serate qui a Milano, mi isolo da tutto… E’ il sud che cerco, il sud, sempre più giù, ed è strano, quando ne parlo con amici mi prendono per un extraterrestre: come fa a mancarmi tanto??



Tripoli, venerdì 18/04/08

Ci siamo, solo dieci giorni fa ho chiamato Lino, il coordinatore del nostro viaggio, per chiedergli dettagli sull’organizzazione. La sua risposta è stata: “Ah, posti fantastici. Ho iniziato ad informarmi e quello che mi sono detto è stato: ma perché non ci sono andato prima!”
Stupendo. Ora che conosco Lino mi rendo conto che nessuna risposta è più consona alla sua personalità.
Ecco tutto: appena messo giù il telefono, ho controllato se ero in tempo per il visto, cosa mi serviva, e la mattina dopo avevo spedito passaporto a Roma e pagato l’anticipo: dettagli di viaggio più che soddisfacenti direi.
Tripoli mi rapisce subito. E non so spiegare se sia questo celeste del cielo al tramonto, con i lampioni che iniziano a diffondere una tenue luce sulla gente, o meglio sugli uomini che fumano la narghila (qui la chiamano così) e bevono il the nei numerosi bar intorno alle piazze del centro. O forse l’evidente impronta dell’architettura fascista italiana nelle banche di Saha al Kadrah la piazza verde, negli altissimi archi del Palazzo del Popolo in Midan Al Jazair, mista a quella islamica dei suq, delle donne velate e dei locali di the.
L’unica cosa che so è che nessuna città mi ha mai colpito in questo modo.
È come se la conoscessi da una vita.
E di nuovo mi prende quest’ansia inspiegabile, la necessità di entrare “dentro” il paese, dentro la realtà, comunicare con la gente. Non mi basta più viaggiare, ho bisogno di entrare completamente in quella vita.
È come se ogni viaggio, ogni Paese che visito, rubasse qualcosa di me: anziché ampliare il mio orizzonte, la mia anima, è come se ne staccasse un pezzo, ed io ne risulto mutilata, con una specie di senso di mancanza.
I miei compagni di viaggio sono fantastici. Armati di macchina fotografica inquadrano e scattano, sicari al lavoro sulla propria vittima: il banchetto delle spezie, la signora in burqa, l’anziano signore del negozio di stoffe che beve il the, aspettando pazientemente che il cliente scelga il colore e il tessuto più appropriato.
Io cammino per il suq e osservo, in silenzio, talmente estasiata non riesco a fotografare, nè riesco a unirmi all’allegro baccagliare dei miei amici.