mercoledì 24 giugno 2009

San Joan






Una volta di piú questa cittá mi stupisce, e una volta di piú capisco perché cosí tanta gente, soprattutto ragazzi, ne restino immancabilmente stregati, rapiti.

Difficile descrivere l’atmosfera, sono solo in grado di ritrarre momenti.
Cercano di convincermi i miei amici che si tratta di una festa “per ragazzini”, che la bolgia della spiaggia é qualcosa d’insostenibile, eppure il cielo terso e la temperatura ormai estiva prendono il sopravvento sulle mie decisioni…
Sulle strade, man mano che ci avviciniamo alla mar bella, orde di gente di varie nazionalità si muovono come fossero una sola entitá, la maggior parte porta frigoriferi pieni di bevande, panini, immancabile il costume da bagno, e immancabile il botto aritmico dei petardi che mi accompagna senza tregua dal pomeriggio.
Tradizionalmente per questa festa si accendevano falò… oggi si sparano petardi: i giorni precedenti il 24 giugno inizio a percepire girando in moto qualcosa che inavvertitamente stona con la tranquillitá dei catalani: ma certo, i manifesti di pubblicità allo sparo dei petardi, e dei negozi che vendono petardi; l’ayuntamiento non delude neanche questa volta: sulla pagina web trovi nomi e indirizzi dei negozi dove comprare il gioco proibito per tutto il resto dell’anno (incluso a capodanno), istruzioni d’uso, e link alle informazioni sui rischi di un uso scorretto dello stesso.
Tutto ció mi intenerisce un po’ se penso al nostro capodanno, dove sei a rischio di vita a cominciare dalla vigilia di natale. Eppure è allo stesso tempo uno dei principali motivi per cui questa terra mi attira tanto.

San Joan rappresenta l’inizio delle’estate, che battezza i tre elementi di terra, aria e acqua: ma come per tutte le feste la parte religiosa e la parte pagana si mischiano, si sommano alle usanze, si moltiplicano per gli anni che passano, si elevano alla potenza del cambio generazionale e… magicamente il risultato di questa improbabile equazione siamo io e Annamaria all’una di notte aggirandoci nella spiaggia di Poble Nou oscura e affollata come una discoteca, cercando senza successo il gruppo di amici che si trovano solo a due passi da noi!
La gente é li tutt’intorno distesa o danzante, la musica incalza provenendo dai vari chiringuitos, e dove non c’é la musica ci sono le risate delle persone da ogni lato, sdraiati sulle stuoie che hai paura di mettere il piede sui uno zaino, di rovesciare qualche bottiglia di birra sulla sabbia, ma loro neanche ci fanno caso a te, persi nell’ebbrezza della “notte piú corta dell’anno”.

martedì 9 giugno 2009


Detesto non dormire. Ecco, é cosí che passo la vigilia del mio compleanno: sveglia in attesa di nascere, di rinascere… una rinascita lenta, cosí come sono i miei tempi: mi formo, tempi di gestazione, il travaglio, il dolore, il pianto e poi la nascita. Attendo paziente il mio momento. Un altro dei paradossi astrologici dei gemelli: l’impazienza e l’immobilitá allo stesso tempo. Viaggio con la mente, rapida, che mai si ferma, eppure sono immobile: le mie mani non riescono a stare dietro ai pensieri; il turbine mi inghiotte e non so quale sia il primo piede da muovere.
Nasco…

martedì 26 maggio 2009

Atene, Grecia

Getto la spugna: la forchetta vince sul cornetto ancora una volta, ahimé.............
ragazzi ora l'unica cosa che mi resta é la speranza, e magari un appello su Facebook.

giovedì 14 maggio 2009

NH Eurobilding, Madrid

Vivendo in hotel ormai da mesi hai anche modo di scoprire lati della natura umana mai esplorati prima: parliamo di questi bellissimi hotel 4 stelle per esempio, nel centro della cittá, camere splendenti con idromassaggio e TV ultrapiatto, e umanitá di ogni tipo.
Passino quelli che si atteggiano a super manager, passi il sushi a colazione, passi la saponetta che ti cambiano ogni giorno in stanza… ma la scena cui ho assistito stamattina non posso proprio farla passare: un uomo sulla cinquantina, spagnolo, seduto al tavolo di fianco al mio stamattina facendo colazione. Io mi aggiro nella sala ristorante ancora un po’ addormentata, dribblando vassoi di sushi e cercando di localizzare velocemente (visto il mio perenne ritardo) la sezione latte e cereali, poi torno al mio posto vittoriosa. Ahimé, lo sguardo cade sul mio vicino irrimediabilmente nel momento sbagliato: lo vedo alzare un braccio munito di forchetta e dirigersi imperturbabile verso una povera fetta di torta della nonna giacente nel piattino bianco. L’uomo, con gesto solerte e minuzioso ne taglia un pezzo come fosse una tenera bistecchina, e con la stessa forchetta dirige il suddetto pezzo di torta verso la tazza di…. CAPPUCCINO.
Ahi mons. Giovanni Della Casa che ti stai rivoltando nella tomba!!

Mi torna irrimediabilmente alla testa la bellissima scena di Kamikazen di Gabriele Salvatores: Paolo Rossi che lavora come facchino in stazione centrale a Milano, fa colazione alle 6.30 del mattino immergendo godurioso il suo cornetto nella schiuma del cappuccino, e addentandolo… solo che il cornetto in questione è un Cornetto Algida: storica e mitica affermazione del nostro cornetto, in una cittá in cui viene esoticamente chiamato brioche.

Siamo nella moderna fattoria degli animali: dopo che i maiali si sono guadagnati una sembianza umana, pian piano l’uomo si sta guadagnando una sembianza da manichino. Ahi George Orwell, cosa diresti se mai tu avessi provato la goduria di affondare un bel cornetto alla crema nella spuma di un cappuccino, facendo fatica ad arrivare al latte senza che la stessa spuma strabordi festosa dalla tazza J

Ragazzi per favore non fatelo mai… my dear friends please: NEVER EAT A CROISSANT WITH SPOON AND KNIFE!!!

giovedì 16 aprile 2009

Parigi

Due cose mi mancano incredibilmente in questo periodo: gli amici e una casa.
È curioso, erano le ultime due cose di cui credevo avrei mai sentito la mancanza!
Vivendo lontano dalla famiglia da tanti anni, gli amici sono sempre stati la mia famiglia, una famiglia numerosa e preziosa, una fortuna. Ne ho sempre avuti tanti benché, come per tutti, pochi siano quelli veramente importanti; alcuni di questi sono sempre stati vicini, altri lontani da me eppure siamo riusciti a mantenere un rapporto stupendo.
Un amico: che si viene a prendere il caffè per perdere un po’ di tempo chiacchierando; che si spupazza te i tuoi pianti un intero weekend perché hai litigato col fidanzato; che torni da Barcelona all’una di notte e ti dice vieni a dormire da me che almeno domani mattina hai il caffè e i biscotti per fare colazione; che quando sei nella stessa cittá cascasse il mondo vi dovete vedere almeno per un saluto; che tu gli dici vengo a trovarti con due persone prepara i letti per tutti; che non vi vedete da 2 anni e sembra ieri; che ti chiama ogni tanto solo per sapere come stai; quello che tu non ti fai sentire mai e non si arrabbia, anzi ti dice ero preoccupato perché non mi chiamavi…
E potrei andare avanti; potrei usare un aggettivo maschile o femminile, singolare o plurale, sarebbe lo stesso.
Per non parlare della casa: da quando ho memoria la casa è il luogo dal quale non vedo l’ora di allontanarmi! Mi sono sempre identificata con quella che Baudelaire definí “la grande maladie: horreur du domicile”.
Eppure che strano, la casa è pur sempre una cosa che ci identifica, ci rispecchia, contiene una parte di noi e la custodisce anche quando siamo in viaggio, in vagabondaggio, in walkabout… come adesso…

venerdì 3 aprile 2009

Istanbul


















Istanbul risveglia anche i morti. E ha risvegliato spontaneamente la mia voglia di scrivere assopita ormai da tempo. Assopita altrettanto spontaneamente nel tepore di notti sotto il piumone e tra mille cuscini, di nuove serate, del rush lavorativo che si fa ormai sempre piú pressante. Ma questa notte non è fatta per dormire né per alcuna delle altre cose; no, questa notte è fatta per scrivere.
Ieri parlando con Erkan a proposito del “city center” lui mi ha spiegato che qui non esiste un centro cittá, ma tanti centri di tante cittá, in una… ed è vero.
La dualitá di Istanbul si vede subito nelle sue parti principali: quella islamica curiosamente addossata sulla sponda europea, e quella occidentale e moderna ancora piú curiosamente distribuita sulla sponda asiatica. Ma poi ci sono ancora il centro storico, il centro politico, il centro del business etc… e cosí stasera lascio quasi a malincuore la mia enorme stanza al Byotell ***** (cinque stelle), stanza della quale ho sfruttato appena un angolo di letto, e pochi metriquadrati attorno allo stesso: hey non sono piú abituata a spazi abitativi grandi!!
Stamattina prima di uscire ho fatto una foto dalla finestra: enormi grattacieli, arterie di autostrade imbottigliate dal traffico, e cielo grigio e inquinato, ribattezzata subito Pioltello Anatolica.
Eppure Istanbul è anche questa, e forse è proprio qui la sua meraviglia.
Questa volta ho iniziato a scoprire una cittá nuova…
Ancora una volta alle elezioni è passato, benché con scarsa maggioranza, il partito di Erdogan: l’AKP, partito moderatamente islamico; eppure qua dove mi trovo nulla lascia trasparire l’imposizione della cultura islamica: le ragazze vestite bene (mediamente meglio delle spagnole…oops!), tacchi alti e truccate, se ne vanno allegramente in giro con i colleghi. In ufficio è immancabile il quadro troneggiante del ritratto di Ataturk, cosí come è immancabile il collega che di tanto in tanto entra in sala riunioni, portandoci the servito nei tradizionali bicchierini a forma di ampolla.
Con i colleghi si crea subito un clima cameratesco, simile a quello che si vive a Roma, o nel sud italia; e questo mi aiuta ad allentare un po’ la tensione perenne che sento aggrappata alle spalle per tutto il tempo della formazione.
La gente è ospitale in un modo che quando sei turista non percepisci appieno: immagini sempre ci sia un secondo fine; senza parlare di Aydin che mi chiama la sera del mio arrivo all’aeroporto per parlare con il tassista e spiegargli come arrivare al mio hotel.
Ma passiamo alla magia.
Stasera io e Aydin saliamo in macchina per passare nell’altra parte del mondo: decide di prendere un “ferry”, perché il ponte alle 8 di venerdì sera è troppo trafficato.

Ahi il porto della sponda asiatica!!! Uno dei ricordi migliori della vacanza del 2007, in cui cinque pazze del “discovery core”, accompagnate dall’immancabile marito comune (il mitico Pietro), lasciano la stazione e si avventurano su un’improbabile strada buia e deserta, per sbucare sul fantastico lungomare pieno di luci e baracchini. Qui procederanno alla cerimonia di iniziazione dei propri apparato digerente e sistema immunitario deliziandoli con il pesce del Bosforo alla griglia.
La specie di pesce mangiato rimane tutt’ora un mistero, e lo spettacolo sulla sponda opposta che si stagliava ai nostri occhi rimane ancora nitido nella mia mente.

Il traghetto è assurdamente veloce ad imbarcare fiumi di macchine, e in pochi minuti si avvia dalla sponda anatolica, verso il mondo delle favole. E certo perché è proprio questo che sembra: un’orizzonte costellato di luci abbarbicate, i palazzi e le moschee piú grandi illuminate… mi sono sempre chiesta come mai il Bosforo abbia sempre ispirato nella storia cosí tanta magia, in fin dei conti è una costa piena di belle case e monumenti importanti come ve ne sono tanti al mondo; eppure mi accorgo che non c’è una spiegazione logica per questo, se non forse il popolo turco che lo rende tale.
Nel frattempo Aydin si diletta incredibilmente a indicarmi tutti i monumenti, e a raccontarmi storie e leggende di alcuni di essi, mi spiega la cittá, le penisole e il corno d’oro, le caratteristiche della parte turistica, di quella notturna.
Dopo aver fatto il check-in all’hotel, o meglio dopo che LUI avrà fatto il check-in per me, chiedendo qualsiasi tipo di informazione e facendomi portare le valigie in camera, attraverseremo il ponte del corno d’oro, la zona di Galata e di Taksim, e ce ne andremo a mangiare nella zona moderna e notturna della cittá, ai piedi di quello che chiamano comunemente “il secondo ponte”, un ponte sospeso con la struttura illuminata che cambia magicamente colore.
È fantastico questo modo di fare al quale non siamo piú abituate noi donne emancipate dell’era moderna. Sono due giorni che tutti i colleghi mi trattano cosí, cosa che peraltro normalmente non tollero, eppure qui fa parte del tutto e io li lascio fare divertendomi un sacco. Ma ancor piú mi ha divertito Ali Arda che è stato l’unico, sgamato com’è da parte di uno che ha vissuto in mezzo mondo, ad avere la scaltrezza di chiedermi “di dove sei?”, “del sud Italia”, “allora direi che sai badare a te stessa in questo posto” scoppiando in una sonora risata J

La velocitá del viaggio in traghetto è stata tuttavia compensata dalla mezzora abbondante che perdiamo alla ricerca dell’hotel girando continuamente attorno allo stesso isolato che, misteriosamente, ad ogni giro cambiava faccia… è un labirinto infernale e paradisiaco allo stesso tempo (oddio, paradisiaco per me, Aydin alla guida del SUV, e alle prese con le continue richieste di informazioni immagino se la passi meno bene). Ormai ho imparato a memoria l’esordio del dialogo “iyi aksamlar, Arena Hotel nerede?”, segue geroglifico sonoro tra le due persone… manco i tassisti sanno spiegare dove sia la famigerata via Kuçukayasofia… uno dei essi addirittura ci da’ un indicazione di cui Aydin non si fida, e lo vediamo rincorrerci a piedi tutto affannato perché ci ha visto prendere una direzione diversa!! Io nel frattempo mi guardo intorno, sempre piú persa nel vortice del fascino della cittá vecchia, e dei ricordi di Kuçuk Ayasofia camii quel famoso luglio 2007.

mercoledì 7 gennaio 2009

sono le undici di sera, fuori penso meno 10 gradi. io ascolto un cd di Booka Shade...sapete quella musica da discoteca alle 5 delmattino: un po' ipnotica, un po' monotona, elettronica...
ho una voglia matta di scrivere. Ecco questa é una di quelle sera in cui potrei scrivere senza guardare: ho nella testa chiare le parole, i testi, il filo conduttore...un attimo da cogliere, ma domani mi aspetta una giornata pesante accidenti. Devo proprio chiudere.

domenica 4 gennaio 2009

Un blog!… è da un po’ che ci penso e finalmente l’ho aperto, e ora la parte piú difficile: iniziare a scrivere.
Ho tante idee nella testa che si mischiano con tutte le cose che sono successe, cerco di fare chiarezza… per cui decido di andare un po’ a caso :-)
Tanto per cominciare il colore nero non è scelto a caso ma per motivi ecologici. Sapendo che ci saranno fans che passeranno ore ed ore girando nel blog, ho voluto dare un layout sostenibile e a risparmio energetico… eh eh eh

giovedì 1 gennaio 2009

2009 the year of… infinite possibilities

Questo è il nome dell’agenda che ho comprato qualche tempo fa in un curioso negozietto del Born. Era una di quelle sere anonime in cui non avevo la voglia, o forse la forza di uscire. Mangio, e decido di scendere ad usare internet perché non avevo ancora connessione a casa.
Passeggiando in carrer d’en Cortines lo sguardo si sofferma su un singolare negozio di libri d’arte. All’interno ti aspetti di essere assistita da un tipo tutto piercing e tatoo, che parla slangato e fuma. Invece tuttaltro: il padrone è un simpatico ragazzo sui trentanni, tranquillissimo e che peraltro tartaglia un po’; e qui lascio all’immaginazione personale la conversazione tra lui e me col mio itañol da emigrante.
Mi aiuta a scegliere una guida di Barcelona: “A weird e beautiful guide to Barcelona” edita da Lecool; è il colpo di fulmine, con la guida intendo, la compro subito e presa dall’euforia compro anche questa singolare agenda illustrata senza neanche guardarne il layout della pagine.
Ebbene: mai un acquisto fu piú profetico perché poco meno di un mese dopo, durante riunione generale di fine anno, annunciarono l’imminente chiusura degli uffici di Barcelona; e perché strane cose accadono in me ultimamente…
Tanto per completare il quadro è mezzanotte e 10, sono a bari a casa di Romina e passo il mio primo capodanno senza festa da quando ho memoria. Fino a mezz’ora fa, quando sono uscita dalla doccia, ero uno straccio. Poi si iniziano a sentire i fermenti, i botti, i rumori della gente… e qui inevitabilmente il mio spirito festaiolo viene fuori, inizio a rompere le scatole a Romi tutta presa a sistemare l’armadio nella sua nuova casa. La sua risposta proviene direttamente dai cassetti, dal momento che è letteralmente ficcata dentro l’armadio testa e corpo: “io sono completamente refrattaria”, e va avanti per la sua strada lasciandomi con un punto interrogativo sulla fronte immagino.
É senza dubbio l’immagine piú indicativa che posso dare della mia fantastica mia sorella, racchiudibile in questa frase, al fianco di quella che ormai è la mia icona: “allora, io adesso mi preparo e vado a Bari” .

venerdì 19 dicembre 2008

Aeroporto di El Prat, Barcelona

Mi sono sempre piaciuti gli aeroporti, quelli piccoli ma soprattutto quelli grandi. Mentre cammini ti scorrono ai lati gli sportelli di assistenza e i check-in delle compagnie aeree: da quelle europee a quelle piú lontane, con nomi esotici, a volte impronunciabili. Inevitabilmente ti vedi proiettato verso mondi lontani, ad ogni passo sei in un continente diverso.
Arrivo a El Prat alle 7.15 per prendere un volo che parte alle 8.45 … proprio io che arrivo sempre in ritardo rimuginando nella testa quanto sono tonta e che la prossima volta impareró, ho deciso di seguire il consiglio di Szilvia di muovermi con bastante anticipo; ovviamente l’unico pensiero durante tutto il tragitto era “perché mai dovrei sprecare preziose ore aspettando un aereo in aeroporto. E cosí arrivo qui che sono ancora in dormiveglia.
Mentre il corridoio che porta dalla Renfe alla sala check-in si accorcia, sorrido dentro pensando che ormai, in poco piú di due mesi, gli aeroporti mi sono diventati quasi familiari.
Sono ancora in una dimensione onirica, e mi diverto guardando gli sportelli delle compagnie aeree con le destinazioni piú svariate, il look delle persone che sono con me in coda, o che incrocio passando: quanti bagagli portano, se hanno le facce stanche, serie o divertite (questi ultimi vanno in vacanza), come sono vestiti - e qui potrei aprire un altro capitolo, quasi meglio dell’analisi fatta allo stadio Meazza in tribuna durante le partite dell’Inter, dove anziché seguire le partite puoi tranquillamente farti una cultura sulle ultime collezioni di Gucci e Prada -, con chi viaggiano, cosa comprano al Duty Free Shop…
Il mio volo è in ritardo di due ore, con tutti gli accidenti del caso che mi svolazzano nella testa, cominciando dal ricordo delle 4 ore di sonno. Beh, ho tempo per allargare le mie riflessioni: ad esempio facendo un’ autoanalisi del perché io viaggi sempre con le mani piene di roba che dovrebbe stare in borsa, e la borsa che in ogni caso fa fatica a chiudersi…
Penso anche che mi piacerebbe dare un filo conduttore a questo anno che si prospetta piuttosto vagabondo: non so, collezionare carte d’imbarco, o fotografare qualcosa di indicativo di ogni aeroporto.
Recupero uno stralcio scritto qualche tempo fa durante un volo Bari – Milano…


11/02/08
Decollo

Sono mesi che cerco disperatamente un’idea, un unto di partenza, un’ ispirazione.
È come se avessi raggiunto un punto di saturazione: lavoro, pausa pranzo, orario, scadenza, riunione, training… la mia vita sta procedendo sui binari, ho bisogno di deragliare: spazi aperti...
Poi stasera all’aeroporto di Bari una strana sensazione di appartenenza.
Credo che la partenza migliore sia quella notturna; ricordo la prima volta che sono arrivata al mattino: con il naso letteralmente appiccicato all’oblò, percorrendo palmo a palmo la costa del Gargano, com’era largo! Nella mia mente di bambina è sempre stato stretto e lungo, piú probabilmente bidimensionale; lo vedi bene dalla spiaggia di Margherita se guardi verso nord.
Vieste, la bianca Peschici, perdendomi nei fantastici laghi costieri di Lesina e Varano, e poi giù con grande sforzo fino alle Tremiti, socchiudendo un po’ gli occhi per scorgerle nella foschia… che meraviglia…
Però penso che il meglio sia proprio la partenza serale: l’aria è quasi sempre tersa da queste parti. E aggiungiamoci che ogni volta che parto c’è quella nostalgia sottile sottile di lasciare la famiglia, quella nascosta sensazione di non aver condiviso tutto al 100%: i genitori, ma soprattutto Romi, mio alter-ego, mia croce e delizia…ah ah se mi sentisse!
Ma torniamo al decollo. La costa ormai la conosco a memoria istruita dai numerosi viaggi con mamma e papá verso Bari e ritorno, contando i paesi che mancavano all’arrivo; e mi diverto a riconoscere le città man mano che ci passiamo sopra, seguendo un po’ la sequenza geografica, un po’ la forma del porto o i monumenti: quelle che preferisco sono ovviamente Bisceglie, con il suo grande porto a semicerchio, Trani: inconfondibile con la zona centrale del porto tutta illuminata dalle luci dei locali, e con la meravigliosa cattedrale; ma anche Barletta, Molfetta.. se sono fortunata riesco a vedere persino Bari di cui mi piace un sacco ripercorrere la città vecchia e il castello, fino a piazza del Ferrarese, e immagino la gente, i negozi, i locali…
L’entroterra lo conosco un po’ meno: Andria, Canosa, cerco piuttosto di orientarmi, o di tirare a indovinare le città attraverso qualche monumento che potrei conoscere. Il mio cavallo di battaglia è come sempre il Castel del Monte, anche un tonto lo riconoscerebbe.
Il decollo pugliese è strano e indescrivibile: è un paesaggio familiare e misterioso allo stesso tempo, ecco un cielo stellato al contrario: immaginate un tappeto nero nero; qua e la agglomerati più meno estesi o intensi di luci gialle, nettamente separati tra di loro, dalle forme e dimensioni differenti tra loro… il mio viaggio “sopra” la via lattea.

martedì 11 novembre 2008

Randers

Fumare una sigaretta in Vestas é un’impresa eroica, e di affermazione personale allo stesso tempo.
Tanto per cominciare devi combattere il disagio che provoca chiedere in reception, o a qualsiasi altro collega dove si trovi un’area fumatori: tutti ti guardano prima un po’ incerti, quasi a farti intendere che non sanno neanche bene cos sia un’area fumatori, poi con aria di sufficienza ti dicono che “sicuramente hanno visto qualcuno fumare, ma non ricordano dove” (hai capito, non si limitano a dire non lo so, i simpaticoni) qualcuno si azzarda ad ipotizzare un qualche posto dalla parte opposta dell’edificio, insistendo che non é sicuro si tratti proprio di una cosa del genere…

Passato il primo quadro, deicidi che nonostante gli scoraggiamenti, hai voglia di farti questi 4 km, con il possibile rischio di dover uscire non solo dall’edificio, ma anche dal parcheggio e attraversare la strada con 5 gradi sotto zero per fare i tuoi sani 10 tiri di Marlboro Light.
A quel punto capisci che ti sei spinto troppo oltre, e ormai è una questione d’orgoglio: io e Szilvia ci avventuriamo con il nostro caffè in una mano, e la sigaretta nell’altra… - per inciso, il caffé é talmente cattivo che ti chiedi come mai tutti cel’abbiano a morte con le sigarette se poi ingurgitano quella sbobba tutto il giorno – passiamo attraverso un paio di lunghi corridoi, un paio di porte scorrevoli che puoi aprire solo con il badge, porte d’uscita rigorosamente chiuse e con i divieti.
Finalmente scorgiamo dalle vetrate un box con le pareti in plexiglass, e tre quattro persone chiuse dentro che fumano e chiacchierano sotto le sferzate potente di questo vento gelido; con la turbina sulle loro teste che lavora imperterrita e silenziosa… ha anche un che di inquietante oserei dire.
Cel’abbiamo fatta! Ci copriamo quanto piú possibile e ci sistemiamo sotto la turbina anche noi tutte fiere del nostro successo…! E dopo due sorsi di caffè-ciofeken lo gettiamo con aria snob nella pattumiera: ci teniamo alla salute noi!!

domenica 9 novembre 2008

Aeroporto di Copenhagen

Il mio primo approdo in un paese Scandinavo. In aereo sono completamente crollata, tanto che mentre uscivo dall’aeromobile non ero neanche in grado di salutare in inglese.

Fuori é grigio, l’aeroporto é affollato e silenzioso, illuminato con i faretti e delle calde luci gialle. Si respira un’ aria moderna, essenziale, diciamo stile Ikea, ma piú chic.
Mi piace, mi piace tutto questo.
Penso che in fin dei conti qualche tempo qui potrei passarcelo… e mentre faccio questa riflessione mi viene da sorridere pensando alle vicende della mia vita in questo ultimo periodo.
Ecco, forse farei meglio a non dirlo troppo ad alta voce.

Primo passo: sfamarsi. I prezzi sono tutti in Danish Korona, moneta di cui ignoro valore, aspetto e forma, ma dopo una breve analisi (considerato che mi sono alzata alle 4.45, e non ho ancora fatto colazione…) scopro che:
Un euro vale circa 7 dkk…
se cambi all’aeroporto ti caricano 30 dkk di commissione piú il 15% del valore che stai cambiando…un the, un cornetto e una bottiglietta d’acqua li pago l’equivalente di 8,75€; e qui non c’è mancanza di sonno o di zuccheri che tenga…!!

venerdì 18 aprile 2008

DIARIO LIBICO

Perché questa inquietudine, ancora, ancora, è lungo tempo che mi rileggo e ritrovo questo senso di vuoto. Se ripenso ad Allam, Abdulrahim, ma anche Kubilay, Naima, Ghzalla, Zahra e le sorelle… non lo so. E ancora alla costa pugliese che sembra un cielo al contrario visto dall’aereo, e a quella volta che sono atterrata a Punta Raisi e sembrava di finire direttamente in mare, qualcosa di indefinibile muove la mia anima… perché?
Un senso di vuoto: questa città non mi appartiene più, mi isolo dalle feste, dalle serate qui a Milano, mi isolo da tutto… E’ il sud che cerco, il sud, sempre più giù, ed è strano, quando ne parlo con amici mi prendono per un extraterrestre: come fa a mancarmi tanto??



Tripoli, venerdì 18/04/08

Ci siamo, solo dieci giorni fa ho chiamato Lino, il coordinatore del nostro viaggio, per chiedergli dettagli sull’organizzazione. La sua risposta è stata: “Ah, posti fantastici. Ho iniziato ad informarmi e quello che mi sono detto è stato: ma perché non ci sono andato prima!”
Stupendo. Ora che conosco Lino mi rendo conto che nessuna risposta è più consona alla sua personalità.
Ecco tutto: appena messo giù il telefono, ho controllato se ero in tempo per il visto, cosa mi serviva, e la mattina dopo avevo spedito passaporto a Roma e pagato l’anticipo: dettagli di viaggio più che soddisfacenti direi.
Tripoli mi rapisce subito. E non so spiegare se sia questo celeste del cielo al tramonto, con i lampioni che iniziano a diffondere una tenue luce sulla gente, o meglio sugli uomini che fumano la narghila (qui la chiamano così) e bevono il the nei numerosi bar intorno alle piazze del centro. O forse l’evidente impronta dell’architettura fascista italiana nelle banche di Saha al Kadrah la piazza verde, negli altissimi archi del Palazzo del Popolo in Midan Al Jazair, mista a quella islamica dei suq, delle donne velate e dei locali di the.
L’unica cosa che so è che nessuna città mi ha mai colpito in questo modo.
È come se la conoscessi da una vita.
E di nuovo mi prende quest’ansia inspiegabile, la necessità di entrare “dentro” il paese, dentro la realtà, comunicare con la gente. Non mi basta più viaggiare, ho bisogno di entrare completamente in quella vita.
È come se ogni viaggio, ogni Paese che visito, rubasse qualcosa di me: anziché ampliare il mio orizzonte, la mia anima, è come se ne staccasse un pezzo, ed io ne risulto mutilata, con una specie di senso di mancanza.
I miei compagni di viaggio sono fantastici. Armati di macchina fotografica inquadrano e scattano, sicari al lavoro sulla propria vittima: il banchetto delle spezie, la signora in burqa, l’anziano signore del negozio di stoffe che beve il the, aspettando pazientemente che il cliente scelga il colore e il tessuto più appropriato.
Io cammino per il suq e osservo, in silenzio, talmente estasiata non riesco a fotografare, nè riesco a unirmi all’allegro baccagliare dei miei amici.