venerdì 19 dicembre 2008

Aeroporto di El Prat, Barcelona

Mi sono sempre piaciuti gli aeroporti, quelli piccoli ma soprattutto quelli grandi. Mentre cammini ti scorrono ai lati gli sportelli di assistenza e i check-in delle compagnie aeree: da quelle europee a quelle piú lontane, con nomi esotici, a volte impronunciabili. Inevitabilmente ti vedi proiettato verso mondi lontani, ad ogni passo sei in un continente diverso.
Arrivo a El Prat alle 7.15 per prendere un volo che parte alle 8.45 … proprio io che arrivo sempre in ritardo rimuginando nella testa quanto sono tonta e che la prossima volta impareró, ho deciso di seguire il consiglio di Szilvia di muovermi con bastante anticipo; ovviamente l’unico pensiero durante tutto il tragitto era “perché mai dovrei sprecare preziose ore aspettando un aereo in aeroporto. E cosí arrivo qui che sono ancora in dormiveglia.
Mentre il corridoio che porta dalla Renfe alla sala check-in si accorcia, sorrido dentro pensando che ormai, in poco piú di due mesi, gli aeroporti mi sono diventati quasi familiari.
Sono ancora in una dimensione onirica, e mi diverto guardando gli sportelli delle compagnie aeree con le destinazioni piú svariate, il look delle persone che sono con me in coda, o che incrocio passando: quanti bagagli portano, se hanno le facce stanche, serie o divertite (questi ultimi vanno in vacanza), come sono vestiti - e qui potrei aprire un altro capitolo, quasi meglio dell’analisi fatta allo stadio Meazza in tribuna durante le partite dell’Inter, dove anziché seguire le partite puoi tranquillamente farti una cultura sulle ultime collezioni di Gucci e Prada -, con chi viaggiano, cosa comprano al Duty Free Shop…
Il mio volo è in ritardo di due ore, con tutti gli accidenti del caso che mi svolazzano nella testa, cominciando dal ricordo delle 4 ore di sonno. Beh, ho tempo per allargare le mie riflessioni: ad esempio facendo un’ autoanalisi del perché io viaggi sempre con le mani piene di roba che dovrebbe stare in borsa, e la borsa che in ogni caso fa fatica a chiudersi…
Penso anche che mi piacerebbe dare un filo conduttore a questo anno che si prospetta piuttosto vagabondo: non so, collezionare carte d’imbarco, o fotografare qualcosa di indicativo di ogni aeroporto.
Recupero uno stralcio scritto qualche tempo fa durante un volo Bari – Milano…


11/02/08
Decollo

Sono mesi che cerco disperatamente un’idea, un unto di partenza, un’ ispirazione.
È come se avessi raggiunto un punto di saturazione: lavoro, pausa pranzo, orario, scadenza, riunione, training… la mia vita sta procedendo sui binari, ho bisogno di deragliare: spazi aperti...
Poi stasera all’aeroporto di Bari una strana sensazione di appartenenza.
Credo che la partenza migliore sia quella notturna; ricordo la prima volta che sono arrivata al mattino: con il naso letteralmente appiccicato all’oblò, percorrendo palmo a palmo la costa del Gargano, com’era largo! Nella mia mente di bambina è sempre stato stretto e lungo, piú probabilmente bidimensionale; lo vedi bene dalla spiaggia di Margherita se guardi verso nord.
Vieste, la bianca Peschici, perdendomi nei fantastici laghi costieri di Lesina e Varano, e poi giù con grande sforzo fino alle Tremiti, socchiudendo un po’ gli occhi per scorgerle nella foschia… che meraviglia…
Però penso che il meglio sia proprio la partenza serale: l’aria è quasi sempre tersa da queste parti. E aggiungiamoci che ogni volta che parto c’è quella nostalgia sottile sottile di lasciare la famiglia, quella nascosta sensazione di non aver condiviso tutto al 100%: i genitori, ma soprattutto Romi, mio alter-ego, mia croce e delizia…ah ah se mi sentisse!
Ma torniamo al decollo. La costa ormai la conosco a memoria istruita dai numerosi viaggi con mamma e papá verso Bari e ritorno, contando i paesi che mancavano all’arrivo; e mi diverto a riconoscere le città man mano che ci passiamo sopra, seguendo un po’ la sequenza geografica, un po’ la forma del porto o i monumenti: quelle che preferisco sono ovviamente Bisceglie, con il suo grande porto a semicerchio, Trani: inconfondibile con la zona centrale del porto tutta illuminata dalle luci dei locali, e con la meravigliosa cattedrale; ma anche Barletta, Molfetta.. se sono fortunata riesco a vedere persino Bari di cui mi piace un sacco ripercorrere la città vecchia e il castello, fino a piazza del Ferrarese, e immagino la gente, i negozi, i locali…
L’entroterra lo conosco un po’ meno: Andria, Canosa, cerco piuttosto di orientarmi, o di tirare a indovinare le città attraverso qualche monumento che potrei conoscere. Il mio cavallo di battaglia è come sempre il Castel del Monte, anche un tonto lo riconoscerebbe.
Il decollo pugliese è strano e indescrivibile: è un paesaggio familiare e misterioso allo stesso tempo, ecco un cielo stellato al contrario: immaginate un tappeto nero nero; qua e la agglomerati più meno estesi o intensi di luci gialle, nettamente separati tra di loro, dalle forme e dimensioni differenti tra loro… il mio viaggio “sopra” la via lattea.

martedì 11 novembre 2008

Randers

Fumare una sigaretta in Vestas é un’impresa eroica, e di affermazione personale allo stesso tempo.
Tanto per cominciare devi combattere il disagio che provoca chiedere in reception, o a qualsiasi altro collega dove si trovi un’area fumatori: tutti ti guardano prima un po’ incerti, quasi a farti intendere che non sanno neanche bene cos sia un’area fumatori, poi con aria di sufficienza ti dicono che “sicuramente hanno visto qualcuno fumare, ma non ricordano dove” (hai capito, non si limitano a dire non lo so, i simpaticoni) qualcuno si azzarda ad ipotizzare un qualche posto dalla parte opposta dell’edificio, insistendo che non é sicuro si tratti proprio di una cosa del genere…

Passato il primo quadro, deicidi che nonostante gli scoraggiamenti, hai voglia di farti questi 4 km, con il possibile rischio di dover uscire non solo dall’edificio, ma anche dal parcheggio e attraversare la strada con 5 gradi sotto zero per fare i tuoi sani 10 tiri di Marlboro Light.
A quel punto capisci che ti sei spinto troppo oltre, e ormai è una questione d’orgoglio: io e Szilvia ci avventuriamo con il nostro caffè in una mano, e la sigaretta nell’altra… - per inciso, il caffé é talmente cattivo che ti chiedi come mai tutti cel’abbiano a morte con le sigarette se poi ingurgitano quella sbobba tutto il giorno – passiamo attraverso un paio di lunghi corridoi, un paio di porte scorrevoli che puoi aprire solo con il badge, porte d’uscita rigorosamente chiuse e con i divieti.
Finalmente scorgiamo dalle vetrate un box con le pareti in plexiglass, e tre quattro persone chiuse dentro che fumano e chiacchierano sotto le sferzate potente di questo vento gelido; con la turbina sulle loro teste che lavora imperterrita e silenziosa… ha anche un che di inquietante oserei dire.
Cel’abbiamo fatta! Ci copriamo quanto piú possibile e ci sistemiamo sotto la turbina anche noi tutte fiere del nostro successo…! E dopo due sorsi di caffè-ciofeken lo gettiamo con aria snob nella pattumiera: ci teniamo alla salute noi!!

domenica 9 novembre 2008

Aeroporto di Copenhagen

Il mio primo approdo in un paese Scandinavo. In aereo sono completamente crollata, tanto che mentre uscivo dall’aeromobile non ero neanche in grado di salutare in inglese.

Fuori é grigio, l’aeroporto é affollato e silenzioso, illuminato con i faretti e delle calde luci gialle. Si respira un’ aria moderna, essenziale, diciamo stile Ikea, ma piú chic.
Mi piace, mi piace tutto questo.
Penso che in fin dei conti qualche tempo qui potrei passarcelo… e mentre faccio questa riflessione mi viene da sorridere pensando alle vicende della mia vita in questo ultimo periodo.
Ecco, forse farei meglio a non dirlo troppo ad alta voce.

Primo passo: sfamarsi. I prezzi sono tutti in Danish Korona, moneta di cui ignoro valore, aspetto e forma, ma dopo una breve analisi (considerato che mi sono alzata alle 4.45, e non ho ancora fatto colazione…) scopro che:
Un euro vale circa 7 dkk…
se cambi all’aeroporto ti caricano 30 dkk di commissione piú il 15% del valore che stai cambiando…un the, un cornetto e una bottiglietta d’acqua li pago l’equivalente di 8,75€; e qui non c’è mancanza di sonno o di zuccheri che tenga…!!

venerdì 18 aprile 2008

DIARIO LIBICO

Perché questa inquietudine, ancora, ancora, è lungo tempo che mi rileggo e ritrovo questo senso di vuoto. Se ripenso ad Allam, Abdulrahim, ma anche Kubilay, Naima, Ghzalla, Zahra e le sorelle… non lo so. E ancora alla costa pugliese che sembra un cielo al contrario visto dall’aereo, e a quella volta che sono atterrata a Punta Raisi e sembrava di finire direttamente in mare, qualcosa di indefinibile muove la mia anima… perché?
Un senso di vuoto: questa città non mi appartiene più, mi isolo dalle feste, dalle serate qui a Milano, mi isolo da tutto… E’ il sud che cerco, il sud, sempre più giù, ed è strano, quando ne parlo con amici mi prendono per un extraterrestre: come fa a mancarmi tanto??



Tripoli, venerdì 18/04/08

Ci siamo, solo dieci giorni fa ho chiamato Lino, il coordinatore del nostro viaggio, per chiedergli dettagli sull’organizzazione. La sua risposta è stata: “Ah, posti fantastici. Ho iniziato ad informarmi e quello che mi sono detto è stato: ma perché non ci sono andato prima!”
Stupendo. Ora che conosco Lino mi rendo conto che nessuna risposta è più consona alla sua personalità.
Ecco tutto: appena messo giù il telefono, ho controllato se ero in tempo per il visto, cosa mi serviva, e la mattina dopo avevo spedito passaporto a Roma e pagato l’anticipo: dettagli di viaggio più che soddisfacenti direi.
Tripoli mi rapisce subito. E non so spiegare se sia questo celeste del cielo al tramonto, con i lampioni che iniziano a diffondere una tenue luce sulla gente, o meglio sugli uomini che fumano la narghila (qui la chiamano così) e bevono il the nei numerosi bar intorno alle piazze del centro. O forse l’evidente impronta dell’architettura fascista italiana nelle banche di Saha al Kadrah la piazza verde, negli altissimi archi del Palazzo del Popolo in Midan Al Jazair, mista a quella islamica dei suq, delle donne velate e dei locali di the.
L’unica cosa che so è che nessuna città mi ha mai colpito in questo modo.
È come se la conoscessi da una vita.
E di nuovo mi prende quest’ansia inspiegabile, la necessità di entrare “dentro” il paese, dentro la realtà, comunicare con la gente. Non mi basta più viaggiare, ho bisogno di entrare completamente in quella vita.
È come se ogni viaggio, ogni Paese che visito, rubasse qualcosa di me: anziché ampliare il mio orizzonte, la mia anima, è come se ne staccasse un pezzo, ed io ne risulto mutilata, con una specie di senso di mancanza.
I miei compagni di viaggio sono fantastici. Armati di macchina fotografica inquadrano e scattano, sicari al lavoro sulla propria vittima: il banchetto delle spezie, la signora in burqa, l’anziano signore del negozio di stoffe che beve il the, aspettando pazientemente che il cliente scelga il colore e il tessuto più appropriato.
Io cammino per il suq e osservo, in silenzio, talmente estasiata non riesco a fotografare, nè riesco a unirmi all’allegro baccagliare dei miei amici.